Se solo mi ricordassi cosa viene dopo "abra" farei sparire l'intero pubblico [Harry Houdini]

25 Apr 2008

L'inviolabile Ordine Supremo ("Man cheng jin dai huang jin jia" aka "Curse of the Golden Flower", Z. Yimou, 2006)


Anno: 2006
Regia: Yimou Zhang
Sceneggiatura: Yu Cao, Yimou Zhang
Montaggio: Xiaoding Zhao
Fotografia: Katsumi Yanagishima
Musiche: Shigeru Umebayashi
Durata: 111'
Formato: 2.35 : 1

Sinossi:La vicenda si svolge in Cina, nel X Sec. durante la tarda Dinastia Tang. Intrighi di Corte, faide familiari per il conseguimento del potere, storie d'amore incestuose si intrecciano in seno alla famiglia reale, composta dall' Imperatore, L'Imperatrice e i due giovani Principi.


"Man cheng jin dai huang jin jia" aka "La Città Proibita" di Zhang Yimou, mi ha lasciato un ottimo retrogusto a fine visione: intendiamoci, non un' opera prima, ma semplicemente (in tutta la positività del termine) una pellicola in grado di miscelare - con sapienza e maestria - entertainment, piacere visivo, poesia, riflessione.

Fin dai primissimi fotogrammi veniamo introdotti in quello che rappresenta il tema dominante del film, già trattato nel capolavoro "Lanterne Rosse": le ferree leggi dell'ordine (pre)costituito, al quale risulta impossibile sottrarsi se non con la morte, le costrizioni di un mondo immanente - quello imperiale cinese del X Sec d.C. - in cui i legittimi custodi (i membri stessi della famiglia imperiale), divengono vittime designate di leggi, consuetudini, tradizioni fatte risalire ad un mondo, ad una realtà, invece trascendente.



La scena iniziale che vede - in un'ossessiva e maniacale perfezione estetica inscritta nella simmetria profilmica del quadro - le due file di concubine nell'atto solenne, ripetuto e rituale della vestizione, altro non è che un incipit cromatico-stilistico-formale teso a sottolineare, con lo stesso identico gesto reiterato e moltiplicato (quasi all'infinito), il senso di costrizione, l'oppressione di un Ordine Superiore dato, l'imposizione di quella perfezione cosmica che appunto - in quanto perfetta - è estranea all' essenza dell'uomo terreno.

I garanti, custodi terreni di quest'ordine celeste, sono per tradizione i membri della famiglia imperiale, con a capo l'Imperatore: emblematico è il discorso rivolto da questi all'Imperatrice ed ai suoi figli, durante una cerimonia dove li vediamo seduti ai lati di un tavolo quadrato in cui è inscritto un cerchio. Scena iconica pregna di simbolismi: il cerchio, simbolo del'Universo, il quadrato simbolo della Terra (dicotomia tra mondo trascendente ed immanente - quest'ultimo emanazione e copia (im)perfetta del primo, quando nelle intenzioni del suo custode - l'Imperatore - dovrebbe invece rappresentarne la perfezione in terra).
Ma è appunto l'uomo(e qui i custodi stessi!) colui che beffardamente incrina quest'equilibrio, incapace ad inscrivere e soggiacere la propria volontà ad una legge superiore (giusta o sbagliata che sia).
L'Imperatrice è la prima a ribellarsi all'ordine precostituito, abbandonandosi a quella passione (sentimento umano) d'amore viscerale e carnale verso il proprio figliastro, manifestando un'attitudine comportamentale perturbante e disgregatrice (elemento esiziale) che l'Imperatore non può' e non deve tollerare.
Il "Rimedio della Tigre" altro non rappresenta che un vero e proprio rimedio risanatorio-catartico: la chiave di volta che mette in moto quel lento ma fatale processo di ripristino dell'ordine supremo, Ordine Celeste violato in Terra appunto dalla mano dell'Uomo Mortale.

Mi sono piaciute parecchio alcune scelte scenografico-stilistiche e registiche - ricche di simbolismi concettuali - impostate da Yimou:
- la prima riguarda la solenne cerimonia iniziale (ancora la Tradizione) violata nella sua solennità e perfezione dalla mancata presenza dell'Imperatore (annunciata all'ultimo momento): vediamo cosi' un equilibrio, una grandiosità, una fastosità, una simmetria nella disposizione degli elementi (umani e non) del profilmico (riflessi simbolici della perfezione Celeste) incrinato dalla volontà di uno solo, un singolo individuo - il custode stesso! - in grado di mutare - ma temporaneamente! - il corso degli eventi (pre)costitiuiti (addirittura la tradizione!). Siamo cosi' spaesati, ed intuiamo che è in atto, nella Città Proibita - un profondo turbamento dell'ordine;
- le scelte di ripresa che riguardano i movimenti dell'Imperatrice all'interno della Città Proibita, lungo quei corridoi che disegnano un percorso quadrato: dei tragitti precostituiti anch'essi, ampi e non angusti tali da lasciare una certa libertà spaziale (apparente), ma sempre uguali appunto nell'essenza di ripetitività, monotonia e coercizione della via pre-costruita (entro la quale è possibile muoversi, ma sempre ai confini di uno spazio delimitato e dato - negazione della libertà individuale).

Il regista riprende quasi sempre l'incedere dell'Imperatrice in questi corridoi attraverso delle carrellate (a seguire o a precedere), ma sono appunto sempre riprese oggettive, frutto di un' istanza narrante esterna.
Ma c'è' un momento in cui Yimou ci regala forse l'unica visuale soggettiva in movimento della donna, attraverso l'uso della mdp a mano: l'imperatrice ha appena terminato di assumere il"Rimedio della Tigre" (contenente un veleno che lentamente, giorno per giorno, la sta rendendo malata uccidendola) e quindi la sua condizione fisico-mentale precaria viene materializzata nel filmico attraverso un movimento in avanti della mdp a mano in soggettiva che è appunto un incedere incerto, insicuro, improbabile, impossibile, evidenziato da quel barcollamento e tremolìo della mdp (svincolata dal carrello forse perché proprio qui "umanizzata" in tutta la sua "imperfezione"?), icone formali allegoriche dell'impossibilità assoluta di muoversi con volontà propria, di decidere autonomamente, di discostarsi dall'ordine. La caduta a terra dell'Imperatrice lungo il corridoio viene infatti subito ripresa nuovamente attraverso una carrellata a precedere (passaggio dalla soggettività all'oggettività): la mdp continua a carrellare nel suo movimento precostruito ed ormai già noto anche dopo l'incidente, per poi fermarsi e carrellare lentamente in avanti verso la donna ora a terra. Una scelta formale beffarda e spietata, che ben rende il senso di annichilimento della figura umana che tenta di ribellarsi, di incedere con volontà propria (in senso letterale e metaforico), di sperimentare il Libero Arbitrio.....ma..ahimè invano(!)

Per riprendere ancora il tema del ruolo della famiglia imperiale come garante e custode dell'immanenza terrena dell'Ordine Celeste, mi sembra emblematica la cerimonia che evidenzia l'atto di sedere attorno al tavolo quadrato, dove però assistiamo alla profonda dicotomia tra la perfezione simmetrico-stilistico del profilmico (il tavolo, il palazzo, gli addobbi, lo sfondo) e l'"imperfezione umana" in tutta la sua endemica debolezza: l'Imperatrice malata (e quindi impossibilitata a svolgere quel ruolo) e nello stesso tempo artefice-prima del disequilibrio; i figli insicuri, imbelli, indecisi, incerti, inconsapevoli del loro ruolo o non in grado di assolverlo. L'unica figura che trasuda una certa solidità ed autorità resta solo l'Imperatore, artefice appunto di quel "Rimedio della Tigre" che riporterà tutto - con un bagno di sangue - alla normalità alla (pseudo?) "perfezione terrena", specchio ed immagine fragile della solida - invece - "perfezione Celeste". Uno dopo l'altro i custodi corrotti muoiono, venendo così a mancare da quel tavolo e lasciando un posto vacante che rappresenta l'inesorabile ritorno alla stabilità.
Come non ricordare allora l'ultima inquadratura che ci mostra attraverso una ripresa in plongée della mdp quel tavolo quadrato spoglio, libero finalmente!(?) dalla presenza umana, quasi a sottolineare l'estraneità dell'Uomo (inteso come elemento disturbante e perturbante) dell'armonia cosmica?



La stessa battaglia finale catartica tra i due eserciti (l'uno garante dell'ordine precostituito, - l' Imperiale emanazione (im)perfetta di quello cosmico - , e l'altro emanatore di una forza disgregatrice ed esterna di turbamento) mette in risalto l'annichilimento totale e l'impotenza di colui che cerca di sottrarsi alle ferree leggi imposte, al percorso predeterminato da una volontà "altra", superiore e potente. I soldati imperiali formano un muro invalicabile di scudi, si ergono a difesa costruendo una gigantesca e titanica armatura protettiva che esplica così il proprio ruolo di inviolabilità perfetta ed assoluta; ma nello stesso tempo avanza lentamente con una mole immensa, quasi inumana, nell'atto finale di schiacciare, annientare, cancellare, sopprimere il nemico (l'entità perturbante dell'ordine) qualunque esso sia. E dopo la battaglia, assistiamo alla "pulizia", a quei maniacali e rituali gesti ripetuti di ripristino della "normalità": tutto, tutto deve tornare come prima. Il sangue viene rimosso, i fiori gialli riposizionati nuovamente, il teatro della battaglia è ripulito perfettamente, il sangue lavato via e cancellato.

Ho notato parecchie analogie tematiche tra "La Città Proibita" e "Lanterne Rosse": sia per quanto riguarda la costrizione, la rigida imposizione delle tradizioni e delle leggi (qui celesti-terrene/imperiali, lì patriarcali), sia per il parallelismo iconico tra il Palazzo della "Città Proibita" e il Palazzo del ricco Signore Feudale nel quale si trova "imprigionata" ed "imbrigliata" la concubina di "Lanterne Rosse". Spazi appunto sontuosi, all'apparenza ampi ma in realtà claustofobici nella loro vera essenza rivelatoria (anche per il fatto stesso di essere delimitati dalle mura e percorsi da corridoi opprimenti) della più profonda negazione di libertà.

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